L'Alta Val di Vara è un territorio a vocazione agricola. La pratica dell'agricoltura fu avviata dai Fieschi già alla fine del XII secolo e, nel '200, un tale, Menaloche vi introdusse il castagno, che nei secoli successivi, si diffuse fino a soppiantare il cerro. Fu il castagno a caratterizzare il paesaggio e la cultura locale e a dare impulso all'edificazione di numerosi mulini per la macina delle castagne, oltre che dei cereali. Dei mulini si hanno testimonianze antiche: dei due di Varese - uno sul fiume Vara, uno sul Crovana - si hanno notizie già dal 1468; uno sul Vara, a Comuneglia, risulta già esistente nel 1509. Nei documenti di inizio '500 compaiono anche quelli di Rocchetta (sul rio San Biagio), Torricella, Zanega, Cassego, Chinela, Valle, Donegato, Taglieto, Trenzanasca, Caranza, Porciorasco, San Pietro, Montale, oltre ai due di Scurtabò e al mulino sul Taro. Nel 1603 gli uomini di Salino ne costruirono uno proprio.
Accanto ai castagni trovano posto le grandi faggete del Penna, di Pessino e del Monte Gottero, che per secoli fornirono il legno necessario a costruire i remi per le galee genovesi.
Molte erano le coltivazioni di canapa, dislocate su tutto il territorio, soprattutto alle spalle di Varese (a Taglieto, Chinela, Valle, Valletti, Donegato, Comuneglia, San Pietro, Torricella, Cavizzano, Zanega, Scioverana, Cassego e Scurtabò).
Quasi ogni famiglia disponeva di appezzamenti di terreno che coltivava direttamente.
Un esempio particolare di azienda agricola è quella dei De Paoli di Porciorasco. La famiglia, ritenuta originaria della Corsica, fiorì dapprima nella zona di Comuneglia, quindi a Porciorasco; proprietaria di estesi fondi agricoli, nel XVIII secolo vi edificò una villa che divenne sede dell'operosa attività familiare.
Oltre alla produzione agricola, al suo interno coesistevano la bottega del fabbro, quelle del calzolaio e del falegname, il frantoio, il laboratorio di orologeria; vi si allevavano anche i bozzoli e la seta veniva filata e tessuta. I De Paoli non trascurarono di dotare la villa di una ricca biblioteca e, in ossequio alla cultura classica, scelsero come motto familiare un verso del poeta latino Orazio, che troviamo ancora inciso sul portale a spiegare il senso di tanta laboriosità: Parta labore quies iterum paritura laborem (il benessere scaturito dalla fatica genera nuova attività).
La documentazione storica fin dal Medio Evo offre l'immagine di un mondo rurale vivace e dinamico, aperto ai contatti esterni, in cui si muovono piccoli proprietari terrieri e soprattutto artigiani e commercianti. Un posto di rilievo occupavano i fabbri, i falegnami e, soprattutto, i calzolai.
La fabbricazione artigianale delle calzature occupava intere famiglie e alle donne spettava il compito di cucire le tomaie. Il 24 ottobre, giorno di San Crispino protettore dei calzolai, era preceduta da una novena nella chiesa di san Filippo Neri; i padroni invitavano a pranzo i garzoni per mangiare lo stoccafisso "accomodato" e partecipavano al Vespro indossando il grembiule da lavoro.
I traffici commerciali tra la Padania e la costa crearono nel tempo una serie di attività indotte: erano numerosi i bastai, i maniscalchi e gli osti.
La tradizione ospitale a Varese ha radici lontane. Lo storico Antonio Cesena ricorda che ancora prima della fondazione del borgo, nel XIII secolo, un tale Vero aveva aperto un'osteria vicino al Vara, nella quale sostavano i fedeli diretti alla Pieve. Alla fine del XV secolo l'osteria più grande e nota del paese era quella gestita da Bartolomeo Pigati e dalla moglie Cattozza; da lì prese avvio il terribile contagio di peste portato nel 1497 da un mercante veneziano che aveva soggiornato. Intorno al 1760 sorgeva la locanda "Insegna della bottiglia", gestita da Michele Marcone; l'attività si è tramandata da padre in figlio per due secoli e l'antica locanda si chiama oggi Albergo Amici. La vivacità della vita economica andò scemando a partire dal XIX secolo. La costruzione della nuova Via Aurelia e della ferrovia costiera attirò i traffici verso La Spezia, divenuta - con la fondazione dell'Arsenale - una città di importanza strategica. L'Alta Val di Vara diventò quindi periferica rispetto ai nuovi traffici economici: cominciò così l'esodo dalle campagne, che portò molti abitanti a cercare fortuna nelle Americhe. I varesini, per la verità, conoscevano l'emigrazione da tempo: agricoltori che stagionalmente si recavano a lavorare nella Pianura Padana, venditori ambulanti, ammaestratori di animali, "ghitti" da tempo percorrevano le strade dell'Italia settentrionale e dell'Europa, ma dal XIX secolo i flussi migratori divennero massicci e seguirono le medesime direttrici di quelli del Tigullio.
Il territorio varesino è caratterizzato da una scarsa densità di popolazione, dovuta soprattutto all'esodo degli abitanti verso la costa, fenomeno che peraltro ha colpito l'intera Val di Vara e le altre zone montane della Liguria.
La povertà dei terreni e la conseguente ricerca di una più adeguata sistemazione economica e sociale da parte degli abitanti non ha trovato altro sbocco al di fuori dell'emigrazione: la dinamica dell'andamento demografico registra, da oltre un secolo, la tendenza ad un costante spopolamento, soprattutto delle frazioni. Un flusso interno porta ai centri maggiori, Varese Ligure e San Pietro Vara, che tendono a mantenere il loro peso demografico nonostante la diminuzione degli abitanti in valore assoluto.
Il depauperamento delle risorse umane è dunque stato intenso e di lunga durata.
Nell'ambito della Comunità Montana dell'Alta Val di Vara si registrano, nel decennio 1981 - 1991, tassi di attività estremamente bassi (28,8% medio) e tassi di inoccupazione piuttosto elevati. Gli attivi sono calati in media del 28,4%; i posti di lavoro non agricoli sono cresciuti del 17,8%.
Il 50% dei residenti occupa posti di lavoro all'esterno dell'area; questo dato è correlato con un pendolarismo assai più consistente (19,3%). Nell'ambito della Comunità Montana l'occupazione industriale assorbe circa un terzo degli attivi totali, con un minimo del 21,3% a Varese Ligure, dove i giovani occupati raggiungono il 25,3%; il lavoro autonomo mantiene la consistenza dell'84,1% in rapporto a quello dipendente. Tra i dipendenti, le qualifiche impiegatizie risultano inferiori a quelle operaie.
La tendenza occupazionale nel settore del terziario è legata soprattutto al fenomeno del turismo, attirato dal suggestivo ambiente naturale e dai caratteristici centri storici.
Oltre al turismo stagionale, richiamato dalla presenza di seconde case e di strutture ricettive, è presente anche un flusso di visitatori articolato su gite di fine settimana, con un notevole numero di presenze specie nei giorni festivi.
Chi ha dovuto lasciare la Valle per trovare un lavoro sicuro in città, a Genova o nei centri della costa, nel periodo estivo ama tornare al paese di origine: ed ecco che per qualche mese le frazioni si ripopolano e la vita in esse torna a pulsare, fino all'autunno.
Negli ultimi anni si sono progressivamente consolidate alcune iniziative economiche legate alle produzioni locali, si è registrato un crescente sviluppo dell'agriturismo e della cooperazione contadina, oltre ad un aumento delle attività turistiche legate all'equitazione.
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